Massimo Scarpis
determinated | dreamer | obstinate | devoted | clear-sighted | rational thinker | curious
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@nicoletognon ahahah... Per la verità non mi sfogo molto su Twitter... sono timido! :) Sei amica di mia sorella?
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@msuster hi Mark, just read you post about mobile and web. Totally agree! Check out @corso12app, web app coming soon! :)2 days ago from web | Reply, Retweet, Favorite
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@AlessiaBellon ti ci metti anche tu?!? Non capisco mai 'na sega! :)
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Profile
Summary
Experience
- Jul 2011 - PresentFounder & CEO / Corso12We are changing the way people meet through photos.
- Mar 2010 - PresentDigital Farmer / H-FARM Ventures
- Mar 2009 - Dec 2009Executive Sales Manager / Media Calze
- Mar 2007 - Dec 2009Founder & CEO / Nuova Comunicazionehttp://www.iltrovamoda.com
Education
- Università Ca' Foscari di VeneziaBusiness economics
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Posts
Il blog è ufficialmente chiuso per mancanza di tempo. Intanto beccatevi Corso12. Tornerò presto.
Mi sveglio, mi alzo, faccio colazione, entro in doccia. Quando esco c’è “Blue Suede Shoes” di Elvis Presley appalla. “Figata”, penso. Vestendomi inizio a ballare, cantare. Esco di casa. E’ una bella giornata.
In autostrada cerco la canzone giusta, alzo il volume e mi “pianto” in terza corsia a velocità sensata. Tutto va bene.
Improvvisamente si palesa il dramma: dalla seconda corsia il conducente di una vettura decide di scartare in terza, senza freccia, pochi metri di fronte a me. Viaggia a velocità ridicola. Tutti e 26 gli anni della mia vita mi scorrono velocemente davanti agli occhi mentre mi appendo al freno. Non basta. Improvvisamente mi trovo in mano un cilindro, ci infilo la mano e tiro fuori un coniglio sotto forma di un numero impressionante a base di sterzo, acceleratore e freno che mi permette di evitare la vettura. Esulto per il pericolo scampato, ma subito sale un incazzatura senza precedenti.
Voglio vederlo/a in faccia. Mi affianco con clacson spianato. E’ una donna. Ha la faccia di quelle che mi capita di vedere di prima mattina ai bar del paese, davanti ad una di quelle “macchinette” (di cui non ho mai capito il funzionamento), con prosecco e sigaretta d’ordinanza. Potrebbe tranquillamente essere una delle figlie degli eccessi “eroinici” degli anni ‘80.
Non mollo il clascson. Non mi guarda. Innervosendomi, inizio a maledire avi e discendenti, snocciolando l’albero genealogico con estrema disinvoltura. Non dimenticandomi ovviamente di lei. Mi stupisco della ricchezza del mio dizionario. Il clacson continua a suonare e lei non mi guarda. La tentazione di rallentare, appoggiarmi lateralmente al suo posteriore e con una lieve sterzata farle fare un bel giro in giostra è forte, ma è un pensiero passeggero, frutto della morte che mi sono appena visto in faccia. Accelero e mi allontano da lei.
Ripenso all’accaduto. Potevo farmi veramente male. E ora sono scosso, ma felice.
“E’ facile smettere di fumare se sai come farlo” di Allen Carr.
L’ho visto all’Autogrill e l’ho acquistato. Più per curiosità che altro: volevo capire come si potesse influenzare menti labili.
La prima sigaretta l’ho fumata a 14 anni ed è stato amore a prima vista: 10 anni di andate e ritorni violenti, come tutti gli amori passionali che si rispettino. L’amore e l’odio. Sì perché ho amato la sigaretta, per me era un piacere vero, una fedele compagna di riflessioni, divertimento, disperazione, libertà. L’odio perché il fumo fa male, per davvero. E per quelle situazioni in cui ho faticato a nascondere la vergogna di essere fumatore, non avendo saputo resistere alla tentazione di una sigaretta subito, pur il contesto non consigliandolo.
Inizio a leggere il libro, con diffidenza. La voglia di smettere in me c’era, ma era veramente molto debole. Debole perché tutte le volte che in passato c’avevo provato, pur avendo conseguito degli ottimi risultati in termini di tempo (anche 5/6 mesi), era un continuo rosicare ogni qualvolta vedessi qualcuno fumare.
Il libro non l’ho finito, mi mancano ancora qualche decina di pagine. Un’altra delle tante, forse troppe cose nella mia vita egregiamente iniziate e mai finite. Ma ciò che conta è il risultato, no? E pur non avendolo finito un lunedì mattina non ho sentito il desiderio di fumare. “Strano” ho pensato: era la sensazione che solitamente provavo dopo un weekend di eccessi, ma quello appena trascorso era stato assolutamente tranquillo. Così mi sono imposto una sigaretta. Non mi piaceva. Ho riprovato anche il pomeriggio. Non mi piaceva.
Da quel 27 aprile 2010 non ho più fumato, e la cosa strana è che in queste settimane non ho mai avuto voglia di farlo e la sigaretta non m’è mai mancata. Troppo presto per cantar vittoria? Forse. Staremo a vedere.
Tutto ciò m’ha fatto acquisire un’altra consapevolezza: la mia mente è labile.
GP Bahrain, prima gara del Mondiale 2010 di F1. Primo classificato: Fernando Alonso. Secondo classificato: Felipe Massa. Entrambi su Ferrari.
In una giornata così non posso non parlare di una delle mie più grandi passioni: la Ferrari.
Il mondo dell’auto mi appassiona da lungo tempo ormai e riviste di auto, siti e blog sull’automotive sono il mio pane quotidiano. E da sempre la Ferrari riesce a calamitare la mia attenzione più di qualsiasi altra casa. Non per niente sopra il mio comodino trovano spazio solo un modellino della Ferrari Enzo, una sveglia Ferrari e un libro “Ferrari - Romanzo di una vita” (thx Franz).
Per me la Ferrari, prima che una casa automobilistica, è un mito, un mito creato e costruito da un uomo, un grande e carismatico sognatore: Enzo Ferrari.
Ferrari ha ancora quel sapore di esclusivo, di esotico, di leggenda che molte altre case hanno perso per inseguire politiche più attente al bilancio che alla passione vera e propria. Ed è proprio grazie a questa passione che Ferrari è Ferrari, sopravvissuta a molti momenti difficili a causa di una concorrenza spesso più capace di qualità costruttiva, soluzioni d’avanguardia e tecnologie innovative. L’acquisto di una Ferrari invece è più dettato dal cuore che dalla mente, un cuore che non conosce i confini nazionali.
L’unica cosa che manca a Maranello, forse, è una caratterizzazione maggiore nelle vetture: prendete quelle attualmente in produzione, togliete qualsiasi riferimento al cavallino, e osservandole si potrebbe benissimo dire che non siano prodotte dalla stessa casa. Cosa che per esempio non accade con Lamborghini, Aston Martin e Porsche.
Ma forse va bene così, ogni Ferrari è una storia a sè e come diceva Enzo Ferrari: “La migliore che sia mai stata costruita è la prossima!”.
P.S.: le mie auto preferite? Click here!
Format potenzialmente interessante, reso patetico ed inguardabile dalla continua ricerca del pettegolezzo e dello scontro, nonché da una pessima scelta dei concorrenti e da una conduzione lenta.
Tutti conosciamo l’aggettivo “stupido” e siamo d’accordo sulla sua connotazione negativa. Ebbene, ci stiamo sbagliando!
Almeno così sostiene Diesel con la sua ultima campagna pubblicitaria.
Condivisibile? In parte. D’impatto? Sicuramente.
Vedo l’universo femminile come sostanzialmente diviso in due insiemi.
Il primo, quello che mi affascina, è quello delle “Donne”. Questo insieme comprende persone di sesso femminile che sono a conoscenza dell’impossibilità di essere uniche ed insostituibili. Sono ambiziose e conquistano il loro presente con determinazione e volontà, senza compromessi. Sono in grado di soddisfare la totalità dei loro bisogni esclusivamente con le proprie risorse. Scelgono il proprio compagno per affinità intellettivo-caratteriali e non per la sua posizione socio-economica.
Il secondo, quello delle “donnine” (meglio conosciute come “mignotte”), comprende persone di sesso femminile convinte di essere uniche ed insostituibili. Non conoscono il termine della parola autosostentamento, e cercano la soddisfazione dei propri bisogni, una vita agiata e l’ascesa nella scala sociale vendendo il loro corpo al miglior offerente. Spesso sono furbe e convincenti: riescono a celare efficacemente la loro vera indole convincendo, nel contempo, il proprio compagno che lo amerebbero anche se fosse come due terzi di semaforo (al verde con conto corrente in rosso).
E tu, a che insieme appartieni?
P.S.: dopo questo post, alcune amiche mi hanno accusato di eccessiva semplificazione, dicendomi il bianco e il nero sono casi limiti, mentre nella realtà ci sono diverse sfumature di grigio. Concordo. Ma l’interpretazione della realtà non può prescindere da una semplificazione. Il bianco e il nero li trovate sopra, ora mescolateli a piacimento per ottenere il vostro grado di grigio!
Michael Schumacher torna in pista. Il contratto di 3 anni e 7 milioni di euro a stagione con la Mercedes inizia a dare i suoi frutti.
Sono ferrarista, ma non vedo gli estremi di “tradimento”. Montezemolo c’ha provato a dargli una vettura, ma dovendo per forza essere la terza il regolamento non l’ha permesso. Scelta obbligata quindi quella di Schumy. Peccato.
Anzitutto grazie Michael e un sincero in bocca al lupo per la tua nuova sfida che non potrà che fare bene al circus. Anche se il mio tifo rimarrà rosso… Ferrari!
Sono da sempre un grande fan di Nokia. La mia fedeltà ai telefoni “Made in Finland” nasce alla fine degli anni ‘90 quando decisi di sostituire il Motorola StarTAC 85 con un fantastico Nokia 3210. Era elegante e allo stesso tempo giovane, solido, resistente, antenna integrata, cover intercambiabili, ed era uno dei primi telefonini con il metodo di scrittura intuitivo T9. Senza contare Snake, il gioco cult di Nokia con il quale io e miei amici ci siamo sfidati più volte a suon di record. Successivamente ne sono seguiti altri: 3310, 8310, 6610, 7610, 6230i, 9500, E65, E51, E90. E molti altri sono stati quelli desiderati, ma mai acquistati: 8810, 8850, 8210, 8890, 8910i, 9210i, 6310i, 7650, 6600, 8800. E’ così che negli anni è nata la mia passione per Nokia, passione che sono sicuro di aver trasmesso anche a più di qualche amico.
Ultimamente però le cose stanno cambiando: la mia fede inizia seriamente a vacillare. E non può essere altrimenti visto che questa azienda, leader mondiale nella produzione di cellulari, pare comportarsi sempre più da follower non rispondendo prontamente alle esigenze del mercato.
La mia insoddisfazione è sicuramente aumentata con l’uscita di produzione del Nokia E90 Communicator. I terminali della linea Communicator hanno conquistato le preferenze non solo di uomini d’affari, ma anche di giovani geek, e soprattutto di molti personaggi del mondo dello spettacolo che, in quanto trend-setter, sono riusciti a trasformarli in veri e propri status symbol. Con i “Nokioni” (è così che, per le loro dimensioni, molti chiamano i telefoni della linea Communicator) la casa finlandese non solo era riuscita a ritagliarsi una fascia importante di utenti, ma anche a renderli assolutamente addicted ai loro irrinunciabili pro quali il doppio schermo, di cui quello interno di dimensioni importanti, la tastiera QWERTY e l’autonomia della batteria. Di utilizzatori di Communicator negli anni ne ho conosciuti più d’uno e la grande maggioranza mi diceva essere assolutamente soddisfatto della scelta nonostante i contro non trascurabili: dimensioni e peso (mica si può avere botte piena e moglie ubriaca, no?), assenza di vibrazione in tutti eccetto l’ultima serie, e tecnologie, se confrontate con altri terminali Nokia, non propriamente d’avanguardia (la casa ha sempre giustificato questo fatto dicendo che doveva essere un terminale affidabile, per questo era dotato solo di soluzioni ampiamente testate). Molti di questi soddisfatti utilizzatori lo erano al punto tale da cambiare terminale solo all’uscita del suo successore.
Bene, qualche mese fa l’ultimo “Commy” esce di produzione e poi il nulla: nessun successore. Dunque? Nokia?
Sia ben chiaro: l’N97 non è per niente il successore dell’E90. La serie N è la linea consumer di Nokia, mentre la E è la linea business. Sono due linee assolutamente diverse con un target altrettanto diverso. Chiusa la parentesi Communicator.
Nel mentre i competitor in questi anni sono stati (giustamente) molto agguerriti e Nokia ha ceduto molti suoi affezionati clienti ad aziende che sono state capaci di innovare quali RIM (BlackBerry) e, soprattutto in questi ultimi tempi, Apple.
Nelle nuove tecnologie Nokia è da sempre follower. Vibrazione, schermo a colori, fotocamera, touch-screen: queste sono solo alcune tecnologie che non hanno visto Nokia per prima sul mercato. Per non parlare del fatto che siano dovuti arrivare BlackBerry per e-mail push e iPhone ad “obbligare” gli operatori all’introduzione di traffico dati flat. Ma questo poteva anche non arrecare più di tanti danni se Nokia avesse trovato il modo di fidelizzare definitivamente i propri clienti. Come fare? La soluzione era semplice e io, che non mi ritengo uno che brilla per genialità, ce l’ho in testa già da più di qualche anno. Mi spiego. Il telefono ha un grande valore per molti di noi: infatti contiene informazioni assolutamente importanti la cui eventuale perdita è causa di più di qualche fastidio. Parlo ovviamente di messaggi, agenda, ma soprattutto della rubrica. Sarà sicuramente capitato a più d’uno di smarrire il telefonino, di farselo rubare o semplicemente di doverlo cambiare: in tutti questi casi v’è la necessita di recuperare i dati contenuti nel vecchio terminale. E allora perché non predisporre una procedura di backup online di questi dati così da dare la possibilità di ripristinarli in qualsiasi momento e in qualsiasi telefono? Era così semplice: un server, un processo di registrazione ed il gioco era fatto. E invece no, è dovuta arrivare Apple con il suo MobileMe per illuminare le menti finniche. Questa volta la reazione tardiva è stata, a mio avviso, fatale. In generale nei servizi sembra che Nokia non riesca a tenere il passo: il confronto tra Ovi Store e App Store marca un secco “cappotto” a favore di Apple.
Anche l’affidabilità da sempre un punto di forza di Nokia ultimamente sembra vacillare. Sotto il profilo hardware, ad esempio, lo stesso E90 prima versione e l’8800 (peraltro entrambi terminali di fascia alta) hanno avuto più di un problema. Per quanto riguarda il software, con l’introduzione del SO Symbian (di proprietà di Nokia) i terminali hanno bisogno di continui aggiornamenti e fino a non molto tempo fa la procedura di aggiornamento la si poteva fare solo nei centri assistenza autorizzati. Ora che si può aggiornare direttamente dal cellulare, tutto va decisamente meglio. Comunque non è mai consigliabile acquistare un Nokia appena uscito perché è molto probabile che sia affetto da fastidiosi bug. Certo, con gli aggiornamenti tutto si risolve… ammesso che questi siano disponibili! Sì perché la casa finlandese quando vende i telefoni alle compagnie telefoniche permette loro di personalizzare il software: questi oltre a fare spesso disastri che compromettono le prestazioni, sono molto tardivi nel rilasciare gli aggiornamenti. Infatti in fase di aggiornamento il sistema riconosce se il telefonino è un “no-brand” oppure se è “brandizzato” da qualche operatore e verifica la disponibilità di aggiornamenti del relativo software. Peccato che, spesso, prima che gli operatori rendano disponibili le versioni “brandizzate” dei software aggiornati passano diversi mesi.
Una riflessione: Nokia e Microsoft, non era forse il caso di capirsi un po’ di più a vicenda tempo fa quando sembrava ci fossero delle trattative in corso per equipaggiare i cellulari finlandesi con il software Windows Mobile? Non è troppo tardi, ci guadagnereste (molto) entrambi…
Per quanto riguarda il design devo dire che anche in questo caso siamo carenti. Ok i business (chiaro, quanto ce vo’?!?). Male i consumer. Tanti apparecchi dall’estetica più propria di un prodotto Chicco o “Made in China” piuttosto che rispondenti alle aspettative di esigenti fashion addicted. Per di più non s’è mai visto un “conchiglia” come si deve (Motorola rulez).
I menu sono da sempre molto intuitivi e di semplice utilizzo. Ma la grafica è sempre stata troppo poco “scenografica”: Samsung l’ha sempre fatta da padrona e Apple senza esperienza arriva e caccia un esempio di semplicità e piacevolezza visiva dal quale Nokia dovrebbe imparare.
Infine per quanto riguarda la gamma devo ammettere che è un vero disastro. Troppi terminali, molti in concorrenza tra loro, molti assolutamente inutili. E Apple? Monoprodotto! Eccessiva semplificazione secondo me, un giusto mezzo in questo caso potrebbe premiare. Certo che anche stando alle ultime mosse pare che Nokia questo non l’abbia ancora capito: lancia l’N97 e dopo poco la versione “Mini”. Sono due terminali praticamente identici, se non fosse per qualche tasto diverso, le dimensioni leggermente inferiori e il materiale della scocca. Che necessità c’era?
Facile a dirsi? Ok, mi candido ufficialmente a Product Manager di Nokia. :-)
La libertà è condizione necessaria per la felicità.
Ad esempio, la malattia è infelicità in quanto declinazione della mancanza di libertà.
“Invero la libertà umana spesso si indebolisce qualora l’uomo cada in estrema indigenza, come si degrada cedendo alle troppe facilità della vita, si chiude in una specie di aurea solitudine.” (Papa Paolo VI)
E’ necessario perseguire l’indipendenza da persone e cose; evitare scorciatoie; vivere il presente e costruire il proprio avvenire senza favori, senza sconti; essere creditore e non debitore. Soddisfare i propri bisogni, esaudire i propri desideri e rincorrere i propri sogni devono essere facoltà esclusive di sé stessi, non bisogna mettere alcuno nella posizione di poter decidere se permetterlo o meno. Ciascuno deve gelosamente custodire la propria serenità nelle sue stesse mani.
“La libertà consiste nell’essere padrone della propria vita e nel fare poco conto delle ricchezze.” (Platone)
Essere padrone della propria vita. Felicità è essere padrone della propria vita. Non dimenticando che:
“La propria libertà finisce dove inizia quella degli altri.”
Adoro Facebook, forse l’ho già scritto. Trovo che sia uno specchio della nostra società e, in quanto, tale spesso mi aiuta a capire il mondo in cui vivo. Oggi ne ho avuta l’ennesima conferma.
Devo proprio dirlo: mi vergogno di essere italiano! Mi spiego.
Nel pomeriggio, un uomo ha deciso di salire alla ribalta delle cronache colpendo al volto il Presidente del Consiglio. Atto deplorevole che dovrebbe trovare condanna unanime e bipartisan, ammesso che in questo contesto si debba distinguere tra destra e sinistra. E invece no. E’ passata solo qualche ora e i gruppi su Facebook a sostegno di questo squilibrato si sprecano, così come i suoi sostenitori. Non ho parole.
E, fra qualche mese, non mi stupirei di vederlo ospite nei talk-show o magari di veder pubblicizzata l’intervista esclusiva (ovviamente corredata di patinato servizio fotografico) venduta ad un giornale nella quale racconta la sua infanzia complicata o il suo presente difficile. Non mi stupirei nemmeno di vederlo acclamato e ricercato come un divo oppure venerato come un santo. Questa è, ahimè sempre più spesso, la popolarità in Italia. Popolarità sostenuta da numerosi cittadini depensanti capaci di numerose fatti di frase fatte e dotati molto poco intelletto. Istruisciti Italia, ce n’è bisogno!
Trovo che non vi sia nulla che eguagli la musica nella sua capacità di associarsi a momenti della nostra vita per poi farceli rivivere ogni qualvolta si riascolta un certo brano. Una canzone riesce a far respirare la stessa aria dell’attimo passato a cui la si è associata. Amo la musica… soprattutto per questo.
Prima di un mese fa, quando sono stato al cinema a vedere “Michael Jackson’s This Is It”, non avevo mai avuto occasione di farmi impressionare dal fenomeno MJ. E non c’è da stupirsi: nei primi anni ‘80 lui conquistava il mondo io mentre io… non ero nemmeno nato! E di cosa mi sono perso,me ne sono accorto solo vedendo il film (ammesso che di film si possa parlare).
Nel 1982 the King of Pop seminava delirio cantando Thriller e Billie Jean e un anno più tardi, proprio durante un’esecuzione di Billie Jean, lanciò il moonwalk, un passo di danza di cui non fu l’inventore, ma che lo rese celebre. La storia di MJ è segnata da tanti dischi, successi, aneddoti. Salite violente, le quali, come spesso accade, sono seguite da discese altrettanto clamorose, ma per la cronaca c’è sempre Wikipedia.
Sono rimasto impressionato dal genio di quell’uomo, genio che come di consueto s’è portato in dote una sana dose di sregolatezza. Ed è proprio questa sregolatezza che ha costruito e disfatto al tempo stesso il mito di MJ. Purtroppo la mia generazione ha sentito parlare di lui principalmente per il processo di autodistruzione fisica che, seppur molto grave, non è mai riuscito a fargli perdere la carica, la genialità e l’amore per la musica. Lui è il classico caso in cui la psiche segue un percorso totalmente diverso dal corpo. Impressiona veder associata una tal grinta ad un fisico così fragile.
Un perfezionista, gentile, umile e dai modi garbati, questo è ciò che ho scoperto di lui grazie allo spettacolo.
Un vero peccato che il mondo non possa più godere del suo genio, di una sua esibizione, anche solo di una sua apparizione. God Bless You, MJ!
Ebbene sì, ogni tanto parlerò anche di politica nelle “Varie ed eventuali di Massimo Scarpis”. Cercherò di farlo sempre analizzando la situazione quanto più oggettivamente possibile, senza pretendere di convincere o di trovare qualcuno che la pensi come me.
Lo spunto per questo primo post sulla politica mi viene da Facebook: sono un sostenitore del noto social network grazie al quale riesco a mantenere i contatti con amici e conoscenti, e riprenderli con persone che non sento da tempo.
Di informazioni, messaggi e video “politicanti” in Facebook ne vengono postati parecchi e proprio questi mi hanno permesso di cogliere una sostanziale differenza nel modo con cui le due fazioni (e quindi i loro sostenitori) cercano di far propaganda politica. Identificherò le due fazioni con i comuni termini “centro-destra” e “centro-sinistra” anche se li trovo sempre più spesso inadeguati ad identificare una politica in profondo cambiamento.
Curioso che il centro-destra per fare propaganda esalti il proprio leader e i propri programmi, mentre nella maggior parte dei casi il centro-sinistra riduca la propria di propaganda alla diffamazione del leader dell’altro partito. Ciò denota un fatto inequivocabile: il centro-sinistra non ha un leader. E a mio avviso un buon leader in tempi recenti c’era stato, ma ha mancato in termini di “polso” e capacità di tener unite parti probabilmente troppo eterogenee per poter convivere: credo che Veltroni sia una persona mediamente sensata ed intelligente, che però non ha avuto la forza di imporsi e la capacità di convincere. Peccato, perchè credo anche che la politica italiana meriti un’opposizione e meriti che questa conduca una propaganda costruttiva, non meramente rivolta a screditare gli avversari. Peraltro non mi spiego come il centro-sinistra non abbia ancora capito che la demonizzazione dell’avvesarsio è, in assoluto, la peggior strategia attuabile. E ne ho avuto conferma anche nella politica locale. Qualche mese fa è stato eletto il nuovo sindaco del mio comune di residenza e l’ha spuntata il candidato della Lega Nord. Poche settimane dopo la brillante idea del PD: un manifesto 6x3 affisso in una via molto trafficata della città con stampata una frase del tipo “diceva di essere il sindaco di tutti i vittoriesi (per chi non lo sapesse io vivo a Vittorio Veneto), dopo poco ha già smentito le sue parole”. Ora io mi domando: non c’era veramente niente di più intelligente da scrivere? Anzi, non si poteva direttamente farne a meno? La propaganda migliore non era forse l’astensione da qualsiasi dichiarazione? Dopo una sconfitta, non sono forse necessarie una silenziosa riflessione e un’attenta pianificazione di strategie future?
Questi atteggiamenti non fanno che confermare ciò che ho iniziato a credere da qualche anno: la nostra politica è “ammalata” da persone scarsamente dotate a livello intellettivo, e non potrebbe essere altrimenti visto che pare essere una professione con un rapporto tra retribuzione e neuroni decisamente più favorevole rispetto a qualsiasi altra io conosca.
Uno stato moderno ha anzitutto bisogno di sensatezza, dialogo, continuità nell’azione di governo e di una buona gestione del sistema economico. Il resto sono solo chiacchiere.
Sogno un’informazione diversa, non tanto nelle modalità di trasmissione, quanto nei contenuti.
Un’informazione che non abbia la necessità di riempire minuti di trasmissione o pagine di giornali e che per questo non sia costretta a propinare stronzate che spesso degenerano in psicosi. Ultima fra tante quella dell’influenza A/H1N1. Giusto per informazione, basandoci sui dati italiani, ad oggi questa nuova e potentissimissima influenza che ucciderà il mondo intero (almeno secondo i media italiani) ha un’incidenza dello 0,027 per mille (percentuale di decessi su totale dei malati) mentre la “normale”, e a quanto pare innocua (visto che non se n’è mai sentito parlare), influenza stagionale ha un’incidenza dello 0,2 per mille. Ciò significa che l’influenza stagionale è quasi 10 volte più letale. Ogni anno, in Italia, muoiono per la stagionale circa 8.000 persone. E quanti invece sono morti per aver contratto il virus della suina da maggio? 23?
E la crisi? E il livello dell’acqua del Po? E la siccità? E Clooney e la Canalis?
Il mio giornale lo si leggerà on-line, avrà 21 pagine, racconterà solo notizie oggettive, vere e sensate e se non ne avrò abbastanza alcune pagine rimarranno bianche.
Il titolo di questo post è sicuramente tra i più scontati che potessi scegliere: che Valentino Rossi sia un fenomeno è noto a chiunque.
Il perché lui lo sia però, non è altrettanto scontato. Di motociclisti dotati (forse) quanto lui il motociclismo mondiale ne ha già conosciuti. Ma lui è diverso. Diverso anzitutto perché da solo è riuscito a puntare i riflettori su un mondo molto popolato che ora sembra non aver altro spazio che per lui. Valentino è un fenomeno, anche e soprattutto mediatico.
Vale vince, stravince, ma sopratutto convince, grazie anche alla sua sindrome di Peter Pan. A 30 anni suonati riesce ancora a divertirsi come quando bambino muoveva i primi passi con le minimoto. Ironia e soprattutto autoironia non gli sono mai mancate: come dimenticare medaglie di legno ed asini sul casco? Ma è il suo carisma che ancor più riesce a fare la differenza. Lo stesso carisma che è riuscito a mettere in difficoltà molti avversari. Stoner in Crisi, Biaggi incazzato, Pedrosa malinconico, Gibernau afflitto da attacchi di vittimismo e Valentino… vince!
E nemmeno le nuove generazioni capitanate da Lorenzo sembrano riuscire in ciò che fino a prima di Valentino era assolutamente ordinaria amministrazione: giovani armati di spregiudicatezza e tanto coraggio capaci di far cadere dal trono incontrastati re ormai afflosciati dall’appagamento derivante dai risultati ottenuti.
Valentino non conosce il significato della parola “resa” e nemmeno quello del verbo “accontentarsi” e continua, divertendosi, come se il suo palmarès non gli avesse già assicurato un posto nell’olimpo del motociclismo.
E come se non bastasse divertendosi fa divertire mezzo mondo di persone a bordo pista o davanti alla TV che saltano, urlano, incitano, tifano e si emozionano grazie a lui e alle sue gesta.
Questo post non vuole essere solo un tributo a Valentino, ma anche un promemoria per ricordare che serenità, divertimento, passione e il giusto lato dell’insoddisfazione sono il modo migliore di affrontare la quotidianità.
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